
Ed eccoci al clou: la saga cinematografica di Don Camillo, iniziata nel 1952 e conclusa forzatamente nel 1965, perché un ultimo film, la cui produzione era iniziata nel 1970, si sarebbe interrotto a causa della malattia di Fernandel, poi rivelatasi letale. Cervi rifiutò di proseguire senza l’amico e collega francese. E pensare che la pellicola era quasi terminata e che oggi, con i nuovi mezzi tecnici a disposizione, sarebbe stato possibile completarla! I remake non valgono la pena di essere visti, nonostante la bravura personale di Gastone Moschin (1972) e Terence Hill (1983).
I personaggi

Naturalmente, quando ho visto il film a sette anni, avevo già letto tutti i racconti di Guareschi da cui i film venivano tratti. Conoscevo a menadito il paesello della Bassa, non menzionato nei racconti ma identificato con Brescello nei film, con tutti i suoi personaggi. Anzi, i protagonisti del film, inizialmente, non mi tornavano: perché nei racconti don Camillo e Peppone venivano descritti come due colossi, mentre Fernandel e Cervi risultavano massicci, sì, ma molto più bassi, e questo non mi convinceva. Se Gino Cervi raggiungeva un metro e 77, Fernandel era alto solo un metro e 69. Ma la recitazione… sì, la recitazione non poteva essere diversa.
Erano interpreti perfetti, che hanno dato il vero volto ai personaggi di Guareschi. Lo stesso hanno fatto i bravissimi caratteristi che avevano intorno (Saro Urzì, Marco Tulli, Giovanni Onorato, e non dimentichiamo Sylvie / la maestra Cristina e Franco Interlenghi / Mariolino della Bruciata, e persino Giorgio Albertazzi agli esordi, nella parte del nuovo pretino) con la folla di personaggi minori della Bassa emiliana.
Le voci

E come dimenticare Ruggero Ruggeri che dà la voce al Crocifisso? Nella versione inglese, la voce del narratore è quella di Orson Welles. E la voce di don Camillo doppiato da Carlo Romano, perché al consueto doppiatore di Fernandel, il celebre Lauro Gazzolo alias vecchietto del West, l’accento emiliano non veniva bene? Non ho mai visto un libro reso così bene al cinema. Anche la “canzoncina” del celebre maestro Cicognini, che è il leitmotiv dei film, non avrebbe potuto essere migliore.

Il Crocifisso parlante esiste davvero e si trova a Brescello nella chiesa parrocchiale. Era stato realizzato da un artigiano del luogo in legno leggero e cavo, perché avrebbe dovuto essere maneggiato da don Camillo. Erano stati modellati tre volti con espressioni diverse. Solo una è stata conservata, ed è quella rimasta sul Crocifisso che la Rizzoli ha donato al paese.
Guareschi

Guareschi, a dir la verità, era smanioso di interpretare lui Peppone, per il quale era già stato scelto niente meno che Gino Cervi. Il regista, Duvivier, dichiarò in seguito che i suoi rapporti con Guareschi erano stati tesi, che lo scrittore aveva da ridire sulla sceneggiatura e soprattutto che voleva interpretare Peppone. Il regista riuscì a liquidarlo elegantemente: lo mise alla prova con la scena della partita di calcio, in cui l’allenatore sindaco Peppone doveva correre a più non posso. Alla fine Guareschi si accasciò stremato e non gli rimase che arrendersi. Il giorno dopo, Gino Cervi era già all’opera.
Il clima politico

Forse chiedereste: come può una bambina di sette anni comprendere il clima politico che nei racconti di Guareschi e nei film di Don Camillo non è semplicemente lo sfondo, ma il protagonista stesso dell’azione? Risposta: potevo, perché nella Livorno del dopoguerra io con la mia famiglia respiravo lo stesso clima. Le persone che andavano in chiesa venivano guardate con diffidenza, gli operai cattolici venivano minacciati come nemici del popolo. In altri luoghi i cattolici si limitavano a seguire una tradizione; noi dovevamo andare contro corrente in una marea rossa. Il clima era lo stesso. Pensate che il regista avrebbe voluto girare il film nella provincia di Parma, ma i vari comuni interpellati avevano rifiutato di prestarsi come set per ragioni politiche… Perciò si ripiegò su Brescello che è in provincia di Reggio Emilia.
Avversità

Però, non solo le amministrazioni comuniste avversavano il film: anche il vescovo diocesano vietò le riprese in chiesa, in considerazione della sacralità del luogo… O forse, anche, don Camillo era un prete scomodo? Comunque, la chiesa di Brescello fu ricostruita a Cinecittà e lì furono girati gli interni dei primi tre film. Per gli ultimi due il divieto cadde: erano cambiati i tempi.

Inoltre, anche trovare un regista italiano fu difficile per la Cineriz, anzi impossibile: tutti gli italiani interpellati rifiutarono, Mario Camerini, Luigi Zampa, Renato Castellani e Vittorio De Sica, perché era troppo controverso dal punto di vista politico, nel contesto di un forte contrasto tra il PCI e la DC. La scelta cadde perciò sul francese Julien Duvivier, che accettò ad una precisa condizione: Don Camillo doveva essere interpretato da Fernandel, mentre la produzione aveva già scelto per tale ruolo Gino Cervi che finì con l’interpretare Peppone. Meglio così. A Guareschi Fernandel non piaceva, lo considerava troppo magro e poco adatto per il suo don Camillo. Invece, la scelta di Duvivier si rivelò la più felice e don Camillo e Peppone per tutti e per sempre saranno Fernandel e Gino Cervi. Senza alternative.
Il Ritorno di Don Camillo (1953): QUI.