Lettura continua della Bibbia. Giuditta: L’assedio (cap. 7)

L'assedio
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Il capitolo 7 del libro di Giuditta mette in scena tutte le forze: quella colossale di Oloferne e quella umanamente disperata dei Giudei.

Qui tutto è simbolico: Oloferne, il cui nome Hula-Farnah, non assiro né babilonese ma persiano, significa Protetto dalla Gloria, rappresenta lo strapotere umano dotato di potenza bellica e di astuzie strategiche. Decide infatti di utilizzare la natura del campo di battaglia per controllare le fonti di acqua e prendere il nemico per sete. Il nemico è la piccola città di Betulia, inesistente storicamente e geograficamente: questo luogo inventato porta il nome di Città Vergine, ultimo ed unico baluardo di integrità della fede contro la straripante potenza nemica, dove si giocherà il tutto per tutto per evitare che l’imponente esercito assiro dilaghi nella pianura e conquisti Gerusalemme. La sola loro vista getta il terrore sugli astanti: «Ora costoro inghiottiranno la faccia di tutta la terra e neppure i monti più alti né le valli né i colli potranno resistere al loro urto» (7,4).

I numeri dei componenti dell’esercito imperiale sono esagerati e inverosimili: 127.000 fanti e 12.000 cavalieri non avrebbero neppure potuto trovare di che nutrirsi in tutta la regione. Lo scopo del narratore è quello di presentare una massa inarrestabile e terrificante in grado di spezzare la resistenza di ogni nemico.

L’assedio

“Il campo degli Assiri al completo, fanti, carri e cavalli, rimase fermo tutt’attorno per trentaquattro giorni” (7,20). Il popolo di Betulia non cede, ma dopo oltre un mese di razionamento dell’acqua perde la speranza e inizia a rumoreggiare contro gli anziani.

«Sia giudice il Signore tra voi e noi, perché voi ci avete recato un grave danno rifiutando di proporre la pace agli Assiri. Ora non c’è più nessuno che ci possa aiutare, perché Dio ci ha venduti in balia di costoro per essere abbattuti davanti a loro dalla sete e da terribili mali.

Ormai chiamateli e consegnate la città intera per il saccheggio al popolo di Oloferne e a tutto il suo esercito. È meglio per noi esser loro preda; diventeremo certo loro schiavi, ma potremo vivere e non vedremo con i nostri occhi la morte dei nostri bambini, né le donne e i nostri figli esalare l’ultimo respiro. Chiamiamo a testimonio contro di voi il cielo e la terra e il nostro Dio, il Signore dei nostri padri, che ci punisce per la nostra iniquità e per le colpe dei nostri padri, perché non ci lasci più in una situazione come questa in cui siamo oggi» (7,24 ss.). 

Ozia, il capo degli anziani, porta un nome simbolico ma in questa circostanza ironico: il suo nome, l’ebraico Uzzya, significa La mia forza è nel Signore – solo di nome, però, e non di fatto, perché anch’egli dubita. È capace solo di un compromesso: temporeggiare per cinque giorni, poi, se Dio non interverrà, arrendersi. Il crollo delle forze dei capi (maschi) prepara l’entrata in scena dell’eroina, una debole vedova…