
Giuditta 8 4Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. 5Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti della sua vedovanza. 6Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per Israele. 7Era bella d’aspetto e molto avvenente nella persona; inoltre suo marito Manasse le aveva lasciato oro e argento, schiavi e schiave, armenti e terreni che ora continuava ad amministrare. 8Né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché aveva grande timore di Dio.
Una storia di oppressione

Una figura abbastanza strana, Giuditta. Sapientemente, il narratore la mette in scena all’improvviso dopo, però, una lunga preparazione. I macroscopici errori storico-geografici stanno a dire che la storia narrata non si riferisce ad un avvenimento preciso ma a nessuno in particolare e a tutti in generale; come se il narratore volesse dire: «Questa storia non è accaduta come io l’ho raccontata perché accade sempre in ogni evento di oppressione e di liberazione». Il potere del tiranno è sempre il medesimo, si tratti di un uomo, di un popolo o di una struttura sociale, economica, tecnologica.
Dapprima il narratore presenta l’inarrestabile forza dell’esercito di Nabucodonosor, poi gli effetti distruttivi che produce, infine la mette a confronto con le esigue forze del popolo di Dio. A questo punto entra in scena uno straniero, appartenente a quello che per i Giudei è un popolo infame, gli Ammoniti; però legge la storia di Israele con spirito profetico, meglio di Israele stesso. Se Israele si mantiene fedele a Dio, niente potrà farlo cadere. Neppure i Giudei ci credono, arroccati nella piccola città di Betulia a sbarrare il passo al nemico senza nemmeno sapere come.
Gli anziani del popolo non lo sanno, ma Giuditta lo sa: Giuditta, che è la personificazione del popolo fedele. Questa basta, la fede.
Giuditta: Una figura singolare

Quella di Giuditta è una figura singolare. È donna e vedova, perciò appartiene a categorie di debolezza umana. Però è autonoma e ricca: grandi sono i suoi beni, e li amministra da sola. Grande è la sua bellezza, ambita è la sua mano, ma rifiuta le nuove nozze. È fedele solo al primo e unico sposo. Questo stato di vedovanza perenne contrasta con la concezione della famiglia di tutto l’Antico Testamento: è obbligo di legge sposarsi e procreare. Giuditta non ha figli, dovrebbe risposarsi per dare continuità alla famiglia. Il suo rifiuto va contro ogni regola.
Inoltre, con tutti i suoi beni vive una vita di penitenza, tra digiuni e vestiti di sacco. Sono già passati 40 mesi… Non solo: lascia le comode stanze del suo bel palazzo per vivere in una tenda sulla terrazza. Quando leggevo questo racconto da piccola, questo particolare mi colpiva. Va bene distaccarsi dai beni materiali, ma perché farsi costruire una tenda sul terrazzo e vivere lì? Il rapporto con le tende dell’Esodo e i 40 anni nel deserto mi è stato chiaro solo dopo un po’ di tempo. Allora quella di Giuditta continua a rimanere una figura singolare, ma acquista tutt’altro valore: non è stravaganza la sua, ma fedeltà a Colui che guida i passi nell’uomo nel deserto della vita…