
Il recupero etico della corporeità Lewis lo fa con i suoi saggi, ma lo fa anche con la sua narrativa, che è interamente Letteratura dell’Immaginario. La sua prima opera (Le due Vie del Pellegrino, 1933) è di carattere allegorico. Le opere successive abbandoneranno il pesante linguaggio puramente allegorico ricorrendo sempre ad immagini, ma in modo diverso: quello della letteratura fantascientifica, della fiaba, della rivisitazione del mito, dell’epistolario immaginario. Parliamo subito, infatti, dell’opera che ha dato a Lewis una notorietà mondiale (1942): le geniali Lettere di Berlicche.
Le Lettere di Berlicche e il recupero etico della corporeità
Uno dei temi dominanti delle Lettere, come poi anche delle altre opere di Lewis, è la dimensione irrinunciabilmente corporea dell’uomo, considerata dal Diavolo con costante e inevitabile stupore e quasi allocchita incredulità. Fin dalla prima lettera Berlicche ammonisce l’ingenuo nipote Wormwood (Malacoda): «Ricordati che non è, come te, un puro spirito. Non essendoti mai fatto uomo (Ah! quell’abominevole vantaggio del Nemico!) tu non puoi capire come gli uomini siano schiavi dell’urgenza delle cose ordinarie». Nello zelo di carpirne l’anima per condurla nella casa del «Padre Nostro che sta Laggiù», Berlicche consiglia di fare continuamente i conti con questa condizione di pesante corporeità per trarne profitto.
Le difficoltà della preghiera e della vita spirituale si misurano dunque su questo terreno concreto: fare i conti con la corporeità; fare i conti con la realtà umana della Chiesa; fare i conti con la degnazionedell’entusiasmo iniziale. La bontà fondamentale del creato è il primo elemento con il quale il credente deve rapportarsi: la Natura è dalla parte del Creatore e non del Ribelle. La tentazione, il peccato stanno nella distorsione della natura stessa. Il Lewis manicheo, che aveva disprezzato la Materia a favore dello Spirito nel periodo del suo idealismo ateo, è ormai dietro le spalle: il Lewis credente sa di vivere in un mondo buono, «occupato dal nemico» – come sarà, nella fantasia, il mondo di Narnia -, ma con la speranza della liberazione ormai vicina.
È uno dei crucci di Berlicche il non riuscire a capire l’insensato amore che il Nemico rivolge non a un puro spirito ma ad un essere ibrido, anfibio, un bipede spelato, un animale, una cosa generata in un letto. L’imbranato nipote Malacoda, diavolo custode di un giovanotto cui deve far dannare l’anima, pensa ingenuamente di poterlo tentare attraverso la natura. Attento, lo rimbecca lo zio arcidiavolo: “Nessun fenomeno naturale è in realtà a nostro favore” (Lettera XV). Nella Lettera XXII l’argomentazione è più estesa:
Le lettere di Berlicche, XXII
In fondo Egli [Dio] è un edonista. Tutti quei digiuni, quelle vigilie, come i roghi e le croci, sono soltanto facciata. O soltanto come la spuma sul lido del mare. Laggiù in alto mare, nel Suo mare, c’è il piacere, e sempre maggior piacere. E non ne fa un segreto; alla Sua destra stanno “piaceri per sempre”. Ah! non credo che abbia neppure la minima idea di quel mistero alto e austero al quale ci eleviamo noi nella Visione miserifica. È volgare, Malacoda. Ha una mentalità borghese. Ha riempito tutto il Suo mondo di piaceri. Vi sono cose che gli esseri umani posson fare per tutto il giorno senza che Egli vi badi né tanto né poco – dormire, lavarsi, mangiare, bere, fare all’amore, giocare, pregare, lavorare. Ogni cosa deve essere distorta prima che ci serva in qualche modo. Noi combattiamo con uno svantaggio crudele. Dal punto di vista naturale nulla è dalla nostra parte.
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