Lettura continua della Bibbia. Lettera ai Romani: La Chiesa di Roma

La Chiesa di Roma
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Quando Paolo scrive la Lettera ai Romani è sul finire degli anni 50 d.C., quindi abbastanza vicino alla conclusione della sua vita.

Questa lettera è la più lunga e la più importante di tutto l’epistolario paolino. È quella che ha maggiormente influito nella storia della Chiesa, tanto è vero che Lutero con la riforma protestante ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Anche adesso è il testo dal quale si riparte per il dialogo ecumenico. Tra le lettere di Paolo è il testo più dichiaratamente dottrinale. È infatti mirato a sviluppare un discorso teologico completo e sistematico su quello che è il nucleo essenziale della fede cristiana.

Sappiamo che Paolo non scriveva personalmente le lettere, ma le dettava ad un assistente. Paolo aveva dettato la Lettera ai Romani ad un suo collaboratore, Terzo, probabilmente nella primavera del 57 d.C., da Corinto, mentre si apprestava a recarsi a Gerusalemme per portare la colletta effettuata in favore della chiesa madre. Dopo la visita alla comunità di Gerusalemme, Paolo aveva intenzione di dirigersi verso la Spagna fermandosi prima a Roma. Questa lettera nasce quindi come suo biglietto di presentazione per una comunità in cui non era mai stato. Poiché ferveva ancora la polemica dei giudaizzanti, ed a Roma ve ne dovevano essere, nella lettera ai Romani l’apostolo ribadisce il suo Vangelo, che è il Vangelo di Cristo. L’uomo è giustificato, cioè salvato, per mezzo della fede in Cristo e non per mezzo delle opere della Legge.

La Chiesa di Roma

Roma, capitale dell’impero, “Caput Mundi” come la chiamerà Lucano sulla base di una simile espressione già usata da Ovidio, era la più grande città dell’antichità con un milione di abitanti. In essa, un piccolo nucleo di famiglie cospicue deteneva le cariche pubbliche e l’intero potere. La maggior parte della popolazione era costituita da plebei (tra cui artigiani e commercianti provenienti da ogni parte dell’impero, schiavi affrancati o liberti che formavano l’ossatura dell’amministrazione pubblica), e da numerosissimi schiavi. A Roma viveva anche una consistente colonia di ebrei, circa 50.000, che si raccoglievano in piccole comunità distribuite nei vari quartieri.

La Chiesa di Roma era preesistente alla venuta degli apostoli Pietro e Paolo. Era stata fondata da anonimi cristiani che dalla Palestina avevano portato il Vangelo all’interno della comunità giudaica senza inizialmente distinguersi da essa.

Nell’anno 49 si erano registrati all’interno della comunità giudaica romana dei tumulti dovuti, secondo Svetonio (Vita di Claudio, 25, 4), ad un certo Cresto (Cristo). Perciò l’imperatore Claudio, non facendo differenza, aveva espulso da Roma tutti gli ebrei. Di questa espulsione era stata vittima la coppia Aquila e Priscilla che aveva riparato a Corinto dove aveva impiantato un’attività di fabbricanti di tende e aveva conosciuto Paolo (Atti 18).

Il provvedimento era stato solo temporaneo e non generalizzato: probabilmente aveva colpito solo coloro che venivano riconosciuti come capi. Negli anni di Nerone, verso la fine degli anni 50, ebrei e cristiani di origine giudaica avevano potuto far ritorno a Roma. È certo che entro il 64, anno della persecuzione neroniana che colpì solo i cristiani, i seguaci di Cristo si erano chiaramente differenziati dagli ebrei. Anzi, doveva esser diffuso tra i cristiani di Roma un certo disprezzo per la componente giudaica della comunità, se Paolo sente la necessità di ribadire che la vocazione di Israele nella storia della salvezza è irrevocabile (cap. 9-11).

È in questo periodo, e nel contesto di queste problematiche, che Paolo scrive ai Romani.