L’allontanamento dalla natura e la disumanizzazione in “Questa Orribile Forza” (1945)

L'allontanamento dalla natura
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Se Perelandra ci ha portato in paradiso, il successivo romanzo della Trilogia, Questa Orribile Forza[1], ci riconduce all’inferno, perché sulla terra è ancora da combattere l’ultima battaglia contro le sue forze. Il Nemico è qui rappresentato da un’organizzazione diabolica che si prefigge di ottenere il controllo totale del mondo con mezzi tecnologici avanzati, e che ironicamente è contrassegnata dalla sigla NICE (National Institute of Coordinated Experiments), «Grazioso». Il suo scopo è la disumanizzazione dell’uomo tramite l’allontanamento dalla natura.

Dalla fantascienza al Fantasy

In questo romanzo, la fantascienza approda alla leggenda, mediante la sapienza proveniente da Numinor, il vecchio Occidente[2]. Sarà niente meno che il mago Merlino, sopravvissuto di un tempo in cui l’uomo e la natura erano ancora uniti, il tramite della salvezza della Terra e dell’uomo dall’attacco delle potenze del male. Ma tutto è giocato sul terreno quotidiano, sull’uso etico della scienza, su come si vive una carriera, su come si vive un matrimonio, e i protagonisti sono banali figure di studiosi, donne di servizio, animali. In fondo, quello di Lewis è il cammino della piccolezza spirituale, dove la salvezza, a portata di mano di tutti, è operata dai piccoli e dalle piccole cose di ogni giorno, anche se questo, poi, può condurre a gesti straordinari.

Un romanzo diverso

Era il terzo romanzo della serie di Ransom, ma era molto diverso da Out of the Silent Planet e da Perelandra. Abbandonava il terreno della fantascienza per avventurarsi nel fantasy. Il libro, benché  apprezzato da molti lettori, fu inizialmente stroncato dai critici (ma non, come vedremo, da Orwell). Tolkien stesso lo giudicò mal riuscito per aver eccessivamente subito l’influenza dei romanzi di Charles Williams, che mescolavano il realistico e il fantastico e che invece Lewis apprezzava moltissimo.

Così Lewis scriveva, infatti, di Williams: «Da un lato, vi incontriamo persone davvero normali che parlano la lingua comune dei nostri giorni, e vivono nei sobborghi; dall’altro troviamo anche il soprannaturale, spettri, stregoni, e bestie archetipe. Il primo punto da comprendere è che non ci troviamo di fronte a due tipologie letterarie commiste», come se l’autore balzasse dal romanzo classico al mondo fantastico nella stessa opera, ma di fronte a «un terzo tipo di libro che non appartiene a nessuna delle due categorie e ha un valore diverso da entrambe».

Williams, continua Lewis, «sta scrivendo quel tipo di libro che si comincerebbe dicendo “Proviamo ad immaginare che questo nostro mondo quotidiano sia, ad un tratto, invaso dal meraviglioso. Proviamo a supporre, di fatto, una violazione delle frontiere”» [I romanzi di Charles Williams, intervento letto dall’autore alla BBC l’11 febbraio 1949]. Sarà questa anche la formula delle Cronache di Narnia, che a Tolkien continuerà a non piacere affatto.

Nella vita quotidiana

Con questo tipo di linguaggio, anche se talora surreale, C.S. Lewis continua a condurci sul terreno della vita quotidiana; anzi, questo è il punto centrale di tutta la visione che Lewis ha della vita: ordinarietà. Nella sua banalità la comunità di St. Anne, contrapposta all’organizzazione diabolica di Belbury, è una specie di paradigma della Carità.

Non vi si trova una qualche straordinaria santità, anzi, «l’impressione travolgente […] è di semplicità e ordinarietà. Questa è la quintessenza dei racconti di Lewis: da un lato tazze di tè, torte, anatre e pinte di birra; dall’altra l’arcano, il bizzarro, il grottesco, il bestiale, e per finire il diabolico. Potremmo dire che St. Anne è assolutamente ordinaria. Non è un gruppo di intellettuali o santi, o aristocratici, o di qualsiasi altra esclusiva o affascinante élite. I suoi abitanti sembrano essere abbastanza casuali, e sono certamente ordinari. È qui, nel discorso comune e nella routine della vita convenzionale di una piccola comunità, nelle insignificanti responsabilità in cucina e in giardino, e nelle cortesie che assistono e salvaguardano i rapporti di una persona con l’altra – è qui, in tutta questa banale e sottovalutata ordinarietà che troviamo la gemma della Carità» [Howard, Narnia e oltre, 135 s.].

La semplice bontà dell’ordinaria vita quotidiana è il valore che C.S. Lewis attribuisce alla comunità di S. Anna. Ma il discorso si fa complicato: perché gli avversari non hanno niente di semplice, né di quotidiano, né di ordinario, e neppure di naturale: anzi, fanno guerra alla natura, che vogliono sostituire con l’artificio.

Orwell e Lewis

George Orwell, che recensì il romanzo di Lewis (The Scientist Take Over, «Manchester Evening News», 16 Agosto 1945), criticò l’irruzione del soprannaturale nella trama (secondo il suo punto di vista, «l’intero dramma della lotta contro il male sta nel fatto che l’uomo non ha aiuti soprannaturali»), ma lo apprezzò come un libro di valore attinente alla realtà.

Non dimentichiamo che Orwell scriveva all’indomani dello sgancio delle bombe atomiche sul Giappone: «Non c’è niente di oltraggiosamente improbabile in tale cospirazione. In verità sembra essere abbastanza normale in un momento storico in cui una sola bomba atomica, di un modello tra l’altro considerato “obsoleto”, ha appena disintegrato trecentomila esseri umani. Un numero considerevole di persone oggi ha sete di potere, quel potere che Mr Lewis attribuisce ai suoi personaggi mentre noi possiamo vedere chiaramente il momento in cui tali sogni diverranno realtà». Orwell stesso scriverà nel 1948 un romanzo, 1984, che proietta in un futuro non troppo lontano da lui la possibilità di una totale manipolazione dell’uomo.

Uomini e animali

Il romanzo di Orwell va a finire molto male. Lewis, invece, è palesemente aperto alla speranza, alla speranza per tutti, per il cosmo intero. Con la presenza degli animali, l’orso Mr. Bultitude, la gatta Pinch, Baron Corvo, i topolini, cui si aggiungerà alla fine un intero serraglio, la piccola comunità sembra rappresentare una sorta di pegno del ritorno ad un ordine creaturale in cui l’armonia non si limita alla specie umana. S. Paolo per primo ha alluso al gemito del creato, sottoposto senza sua colpa ad una sorta di schiavitù, in attesa della liberazione.

«In base a ciò è la vita umana a essere al centro di tutto il dramma. Sotto di noi c’è disarmonia istintuale: la natura con le zanne e gli artigli arrossati; sopra di noi la guerra fra i principati e le potestà. Ma in qualche modo il centro di tutta la faccenda, per quanto ci concerne, è la carne umana, e sembra che sia così per due ragioni: per prima cosa noi, diversamente da ogni altra creatura, condividiamo sia l’animalità della creazione sotto di noi che la razionalità della creazione sopra di noi, ed è tramite la nostra scelta che rendiamo noi stessi, e quindi il nostro mondo, angelico o diabolico; e in secondo luogo, l’Incarnazione ha focalizzato per sempre il dramma in questa nostra carne umana» [Howard, Narnia e oltre, 145]. È l’uomo, in qualche modo, un punto chiave del creato.      

L’artificiosità della tecnica e la negazione del corpo naturale

L'allontanamento dalla natura

Al lato opposto della scala cosmica, l’intellettuale Wither, con la sua vacuità trasognata, è un detritolasciato dopo che l’essere umano è stato risucchiato via dalla rinuncia alla verità.

«Ciò che vediamo in Wither è la contraffazione del vero distacco dello spirito di cui parlano i mistici […] la negazione del valore del corpo, e quindi la riduzione di ogni contatto con altre persone a una sorta di meccanismo automatico di cortesie esteriori. Il suo spirito ora fluttua nel limbo solitario che sta al fondo della sua astinenza dal contatto reale e concreto con le altre persone» [Ibid., 153].

Lewis costantemente ribadisce la necessità di guardare all’essenza del Cristianesimo non come insieme di «valori», ma come concreta presenza di Cristo nella Chiesa. Se Belbury è l’allontanamento dalla natura e il disfacimento della comunione, come dimostra la Babele del banchetto finale, la comunità di St. Anne è una piccola Chiesa riconciliata con la natura stessa, dove uomini e donne profondamente diversi vivono insieme prefigurando la comunione celeste. «Siamo ora come dovremmo essere […] fra gli angeli che sono i nostri fratelli maggiori e le bestie che sono i nostri giullari, servi […] compagni di gioco».

Vita artificiale?

In contrapposizione a questa armonia creaturale sta lo scopo orrendo della NICE ed anche il modo orrendo di perseguirlo, staccando l’uomo dalla sua umanità col servirsi di una testa letteralmente distaccata dal corpo e tenuta in vita artificialmente perché serva da tramite alla Potenza oscura che chiede di dominare il mondo. Si vede come C.S. Lewis sia stato anticipatore anche in questo campo, suscitando la problematica non solo di una scienza che prescinda dall’etica, ma anche di una realizzazione di un post-umanesimo in cui la vita del corpo – però non più pienamente umana – sia liberata dai vincoli biologici e prolungata oltre i confini rigidi tra umano e non-umano, natura e tecnologia.

Lo scopo della NICE è allontanare l’umanità dalla natura. Questo è diabolico. Solo nella comunione con la natura l’umanità è salva. Alla fine del romanzo, la liberazione degli animali da quella sorta di torre di Babele rappresenta la liberazione dell’uomo nella comunione con l’altro e con il Creato naturale.


[1]Questa orribile forza – Sottotitolo: Una fiaba moderna per persone cresciute, Adelphi, Milano 1999. Il titolo (That Hideous Strength) è una citazione da un libro di David Lindsay, scrittore inglese di FS e autore di Voyage to Arcturus, che aveva appassionato Lewis.

[2]«Un errore di ascolto», osservò Tolkien; infatti lui scriveva la parola come «Númenor». A Dick Plotz, 12 settembre 1965.