
Notevole, per la formazione del libro di Tobia, tra le varie fonte, è l’influsso delle storie patriarcali della Genesi, soprattutto di Isacco e Rebecca. In esse troviamo la ricerca della sposa fra la parentela prossima, la presenza dell’angelo durante il viaggio, il convito nuziale, le vicende della partenza). L’autore dipende certamente dal Pentateuco per le pratiche religiose e morali (decime, norme alimentari, elemosina), e fa speciale riferimento al Deuteronomio (1,6-8; 6,13; 7,12-14). Presente anche l’influsso dei profeti, specialmente degli oracoli sull’esilio e sulla restaurazione (DeuteroIsaia, TritoIsaia e Geremia). In 2,6 il testo cita a memoria Amos 8,10:
«ricordando la frase del profeta Amos contro Betel:
“Si cambieranno le vostre feste in lutto,
tutti i vostri canti in lamento”».
Tobia 13,9-11 si ispira a Isaia 60 e ad Aggeo 2,8-10; 13,17 a Isaia 54,11-13. Profonde sono le affinità con la letteratura sapienziale e soprattutto con Giobbe (tema del giusto provato e reintegrato, intervento del satana, malattia, rimproveri della moglie); nelle preghiere, le affinità con i salmi. Il grosso pesce evoca il Leviatan ed il mare, simboli del male cosmico, anche se finisce per essere fonte di vita, quasi “tipo” del pesce – in greco Ichthus che è acronimo di
Iesous Christos Theou Uios Sotér
Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore
Le fonti: Influssi pagani
Sono presenti, però, influssi di diversa origine. Il nome del demonio Asmodeo, accostato in ebraico a SHMD = distruggere, potrebbe derivare dallo spirito maligno persiano Aeshnu Daeva. Il cane, compagno e amico di viaggio – caso unico nell’Antico Testamento – era molto considerato in Persia. Il mese dystros (2,12), corrispondente a febbraio-marzo, è di chiara derivazione macedone.
Il racconto, oltre che apologetico (difesa del giudeo giusto in terra straniera, di cui Tobi è l’incarnazione), è di tipo popolare, sul tema del “principe azzurro”, che si trova anche in un testo egiziano del V secolo a.C., la stele di Bentresh. Questa stele narra una favola simile a quella di Tobia, le vicende della principessa Bentresh posseduta da uno spirito maligno e liberata da un inviato della divinità. Anche il tema della liberazione per mezzo di pozioni è noto in tutta la fertile Mezzaluna.
Il poema sumerico del Giusto sofferente (2000 a.C.) parla di un uomo pio oppresso dai mali che, confortato da inviati divini, alla fine recupera la salute grazie a Marduk. Il racconto si conclude con un inno di ringraziamento del guarito. Il racconto del Morto riconoscente narra di un defunto che, per riconoscenza, libera il suo benefattore il giorno delle nozze da un serpente maligno, servendosi di un servitore: il serpente aveva già ucciso cinque mariti della sposa.
Achikar
Importante è poi l’insistente menzione di Achikar, personaggio protagonista della Sapienza di Achikar, molto diffusa in Oriente e conservata nelle versioni aramaica, siriaca, armena, etiopica, greca e slava. Il testo più antico è costituito dagli 11 frammenti di Elefantina, scoperti nel 1906-7 e risalenti al V secolo a.C. Achikar, ministro di Sennacherib, figura di giusto calunniato e ripristinato alla fine nel suo incarico e nella sua dignità, adotta come erede il nipote Nadab, che cospira contro di lui e lo rovina; ma dopo un periodo di nascondimento lo zio riprende provvidenzialmente la sua dignità, mentre il nipote perisce in prigione. La narrazione contiene aforismi simili a quelli del quarto capitolo di Tobia, e lezioni morali al figlio naturale o adottivo; entrambi i racconti usano la prima persona riferendo alcuni episodi.
Il libro di Tobia presenta direttamente Achikar come parente di Tobi, mettendo lo scritto giudaico in relazione con un’opera prestigiosa dell’antichità; del resto, le avventure di Achikar ricordano quelle della figura biblica di Giuseppe. È molto probabile che l’agiografo abbia conosciuto queste opere, o almeno le tematiche e le tradizioni ad esse comuni.