L’ira di Dio

L'ira di Dio
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Nel linguaggio biblico, che è un linguaggio analogico, antropomorfico, basato sull’esperienza umana, rientrano anche le parole dell’ira, che gli uomini capiscono anche troppo bene; anzi, in un certo senso ne hanno bisogno, per poter comprendere la radicalità dell’amore divino.

Quante volte nell’Antico Testamento (ma anche nel Nuovo, se fate attenzione) Dio si dimostra duro, irato, minaccioso? È innegabile. Ma qui dobbiamo porci il problema: qual è il vero significato dell’ira di Dio, questo attributo che in epoca contemporanea ci stupisce e ci infastidisce tanto?

Il fatto è che Dio è paziente, ma la sua pazienza non va scambiata per apatia, e la misericordia non è acquiescenza: un genitore, un educatore devono anche saper dire di no, devono anche mostrarsi inflessibili se vogliono il bene del figlio, dell’alunno. Arrendersi significherebbe volerne il male.

Due trabocchetti

Per affrontare questo difficile e delicato tema, non c’è niente di meglio che riferirsi letteralmente al pensiero di un grande studioso ebreo contemporaneo, Abramo Heschel (nel già citato Il messaggio dei profeti, Borla, Roma 1993). Innanzi tutto, lo studioso mette in guardia dal cadere in due eccessi opposti, nei confronti del Dio veterotestamentario, che sono due trabocchetti, da una parte l’umanizzazione di Dio e dall’altra l’anestetizzazione di Dio.

Se Dio si antropomorfizza, si riduce ad uomo, se ne fa un semplice alleato che ci proteggerà qualunque cosa facciamo: «L’idea dell’ira divina spezza questo orribile compiacimento». Ma se l’idea di Dio si anestetizza, si riduce a un’astrazione indifferente, «a un mistero che non avrebbe niente da dire all’uomo» (pag. 76). Il Dio della rivelazione biblica invece è sempre vicino all’umanità, se ne prende cura con sollecitudine, è il Dio del pathos, appassionato – se così si può dire – della sua creatura. L’ira di Dio è precisamente un aspetto, anzi l’espressione di questa continua cura e sollecitudine, che non abbandona l’umanità al caso, al caos, ma si indigna per l’indifferenza in cui è tenuta, per le ferite che riceve da chi ama. In sintesi: l’ira di Dio non è il contrario dell’amore, è il contrario dell’indifferenza. È un modo che Dio usa per far comprendere quanto siamo importanti per lui.

N.B.: se non volete dilungarvi, passate direttamente alle conclusioni. Per un approfondimento sul pensiero di Abramo Heschel, cliccate QUI.

L’ira di Dio è il contrario dell’indifferenza

«Non è mai un’esplosione spontanea, ma una reazione occasionata dalla condotta dell’uomo… volontaria e tenace, motivata dalla sollecitudine per ciò che è giusto e ciò che è sbagliato» (p. 85).

«L’ira di Dio non può essere trattata in modo isolato, ma come un aspetto del pathos divino, come uno dei modi usati da Dio per rispondere all’uomo… Il pathos include l’amore, ma lo oltrepassa. Il rapporto di Dio con l’uomo non è un’indiscriminata effusione di bontà, immemore della condizione e dei meriti del destinatario, ma un’intima accessibilità, che si manifesta nelle sue reazioni sensibili e multiformi. Il termine “ira” è appesantito dalle connotazioni di rancore, temerarietà e iniquità. Il termine biblico invece denota quella che noi chiamiamo giusta indignazione, provocata da ciò che è considerato vile, vergognoso e peccaminoso; è impaziente con il male, è “un moto dell’anima che sale per reprimere i peccati”» (p. 87).

L’ira di Dio non è incompatibile con la sua perfezione

Non è incompatibile con la perfezione divina. «È insito nella natura dell’uomo mortale che quando è in uno stato d’ira non sia allo stesso tempo in uno stato di conciliazione, e quando è in uno stato di conciliazione non è contemporaneamente in uno stato d’ira. Il Santo invece, benedetto Egli sia, quando è adirato è pronto alla conciliazione anche nel mezzo dell’ira, come è detto: Perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita» (Midrash Tehillim del Sal 30,6).

«La collera di Dio è una lamentazione. Tutta la profezia è una grande esclamazione; Dio non è indifferente al male! Egli se ne preoccupa continuamente; è personalmente toccato da ciò che l’uomo fa all’uomo. Egli è un Dio del pathos. Questo è uno dei significati dell’ira di Dio: la fine dell’indifferenza! Il messaggio della collera effettivamente è spaventoso. Ma coloro che sono stati spinti sull’orlo della disperazione alla vista di ciò che la malizia e la crudeltà possono fare, troveranno conforto nel pensiero che il male non è la fine, che il male non è mai l’apice della storia» (p. 88).

L’ira di Dio è finalizzata alla propria cessazione

«Un aspetto essenziale dell’ira, proclamato dai profeti, è il suo carattere contingente e non definitivo». (p. 89 s.).

«Lungi dall’essere un’espressione di “petulante spirito vendicativo”, il messaggio dell’ira implica un invito al ritorno e alla sua salvezza. L’invito dell’ira è un invito a cancellare l’ira. Non è un’espressione di eccitamento irrazionale, improvviso e istintivo, ma una libera e deliberata reazione della giustizia di Dio a ciò che è sbagliato e malvagio. Per quanto intensa sia, può essere stornata dalla preghiera. Non esiste ira divina fine a se stessa… (p. 90)… il suo è un significato strumentale: produrre il pentimento; il suo scopo e la sua consumazione è la sua stessa scomparsa» (p. 91).

L’ira di Dio è uno strumento dell’amore

«L’ira di Dio non è un attributo fondamentale, ma una condizione transitoria e una reazione. È un mezzo per raggiungere “gli intenti della sua mente”. Per quanto inscrutabile possa apparire al popolo, “alla fine dei giorni comprenderete tutto chiaramente” (Ger 23,20)» (p. 94).

«Cfr. Is. 26,20: “Va’, popolo mio, entra nelle tue camere e chiudi i battenti dietro a te! Nasconditi per un istante, finché non sia passata la collera”; 54,7-8: “Ti ho abbandonata per un breve istante, ma ti riprenderò con grande compassione. In un eccesso di collera ho nascosto per un istante la mia faccia da te, ma con eterno amore ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore”;

Sal 30,6: “poiché un momento dura la sua ira, ma per tutta la vita il suo favore”; Is 57,16-19: “Poiché io non faccio lite in eterno, non mi irrito per sempre, se no verrebbe meno al mio cospetto lo spirito e le anime che ho creato. Per il suo iniquo guadagno mi sono irritato, nascondendomi, l’ho percosso nella mia irritazione; ma egli, ribelle, camminò per le vie del suo cuore. Ho visto le sue vie, ma io lo guarirò, lo guiderò, gli concederò il conforto. A quanti dei suoi sono afflitti pongo sulle labbra la lode; pace, pace a chi è lontano e a chi è vicino, dice il Signore. Io lo guarirò”.

Ger 3,12: “Ritorna, ribelle Israele, oracolo del Signore, non rivolterò la mia faccia da voi, perché io sono pietoso. Oracolo del Signore: non conservo sdegno in perpetuo”; Ger 31,20: “È, dunque, un figlio prezioso per me Efraim, o un bimbo delizioso, ché ogni volta che parlo contro di lui lo ricordo sempre teneramente? Per questo si commuovono le mie viscere per lui, ho di lui grande compassione!». Oracolo del Signore”».

L’ira di Dio è transitoria

«Il contrasto tra l’ira che dura un momento e l’amore che è eterno trova espressione nelle seguenti parole profetiche (p. 96 s.): “In un eccesso di collera ho nascosto per un istante la mia faccia da te, ma con eterno amore ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,8); “Il Signore passò davanti a lui e gridò: Il Signore, il Signore, Dio di pietà e misericordia, lento all’ira e ricco di grazia e verità, che conserva grazia per mille generazioni, sopporta colpa, trasgressione e peccato, ma senza ritenerli innocenti, che visita la colpa dei padri sui figli e sui figli dei figli fino alla terza e fino alla quarta generazione” (Es 34,6-7)».

L’ira di Dio è espressione della sua sollecitudine

«Il segreto dell’ira è la sollecitudine di Dio. Non c’è nulla di più grande che la certezza della sua sollecitudine. L’ira causa distruzione e afflizione, ma non disperazione. La risposta del profeta non è solo l’accettazione ma anche la gratitudine. Questa è l’apice della fede: “Tu dirai in quel giorno: «Ti lodo, o Signore: tu sei stato adirato contro di me; ma la tua collera si è calmata e mi hai consolato” (Is 12,1) (p. 97).

«L’ira di Dio è una tragica necessità, una calamità per l’uomo e una sofferenza per Dio. Non si tratta di un’emozione che gli dia piacere, ma un’emozione che egli deplora. “Poiché contro il suo desiderio Egli umilia e affligge i figli dell’uomo” (Lam 3,33). “Non sfogherò il bollore della mia ira, non distruggerò più Efraim, perché io sono Dio e non un uomo, sono il Santo in mezzo a te che non ama distruggere!” (Os »11,9) (p. 100).

«L’ira di Dio può arrecare miseria e sofferenza. Ciò non ostante c’è un’agonia più tormentosa e più detestabile: essere dimenticati da Dio. La punizione di essere respinto, abbandonato, rigettato è peggiore che la punizione dell’esilio. Anche l’ira è una forma della sua presenza nella storia. Anche l’ira è un’espressione della sua sollecitudine» (p. 102).

La misericordia non è sentimentalismo o lassismo

«C’è una crudeltà che perdona, così come c’è una compassione che punisce. La severità deve soggiogare ciò che l’amore non può conquistare… Nulla è più dolce al cuore umano dell’amore. Perché l’amore possa operare, però, in certi casi è necessario sopprimere la compassione. Un chirurgo sarebbe un fallito se si lasciasse portare dalla sua naturale compassione alla vista di una ferita sanguinante. Egli deve sopprimere le sue emozioni per salvare una vita, deve ferire per poter guarire. Amore genuino, misericordia vera, non devono essere considerati una concessione a quel semplice sentimento, eccesso della sensibilità, comunemente chiamato sentimentalismo… Lo scopo del sentimentalismo è affievolire la verità e la giustizia. È l’ira divina che dà la forza alla verità e alla giustizia di Dio. Ci sono momenti della storia in cui l’ira sola può vincere il male. L’ira viene proclamata quando la mitezza e la bontà hanno fallito» (p. 103).

Conclusioni  

Credo che a questo punto l’equivoco sia dissipato. Se il Dio dell’Antico Testamento mostra spesso un volto irato, non è perché ritiri il suo amore: è perché a questo amore rimane fedele, e ad esso vuole richiamare, anche con parole forti, a qualunque costo. E nell’antichità, biblica o non, i popoli erano abituati ad un linguaggio molto duro… anche questo è un linguaggio dell’amore.

E se ancora ci dà fastidio l’espressione riferita a Dio «che conserva grazia per mille generazioni, sopporta colpa, trasgressione e peccato, ma senza ritenerli innocenti, che castiga  [paqadla colpa dei padri sui figli e sui figli dei figli fino alla terza e fino alla quarta generazione» (Es 34,7), si pensi innanzi tutto alla sproporzione fra l’infinita durata della grazia (mille generazioni, cioè per sempre) e la breve durata del castigo (tre – quattro generazioni).

Ma si sappia anche che il verbo qui tradotto sbrigativamente con castigarepaqad, in realtà ha in ebraico anche altri significati, tra cui in primo luogo  visitareesaminare: «quando Dio “esamina” questa colpa, è costretto a constatare che produce i suoi effetti sulle generazioni successive» (Wénin A., Le décalogue, révélation de Dieu et chemin de bonheur, «Revue théologique de Louvain», XXV, 2, 1994). Il peccato, se è grave, ha un’ombra lunga, che ricade su chi lo commette ma anche su tutte le sue relazioni.

Perciò, invece di rifiutare o di pretendere di censurare il linguaggio biblico, occorre comprenderlo nel suo contesto. Solo così potremo anche capire quale possa essere il suo significato per il nostro oggi.