
Giuditta 16 18Quando giunsero a Gerusalemme, si prostrarono ad adorare Dio e, appena il popolo fu purificato, offrirono i loro olocausti, le offerte spontanee e i doni. 19Giuditta offrì in voto a Dio tutti gli oggetti di Oloferne che il popolo le aveva dato, e anche la cortina che aveva preso direttamente dalla camera da letto di lui. 20Il popolo continuò a far festa a Gerusalemme vicino al tempio per tre mesi e Giuditta rimase con loro.
21Dopo quei giorni ognuno tornò nella propria dimora, e anche Giuditta tornò a Betùlia e rimase nella sua proprietà. Per il resto della sua vita fu famosa in tutta la terra. 22Molti se ne invaghirono, ma nessun uomo la conobbe per tutti i giorni della sua vita, da quando suo marito Manasse morì e fu riunito al suo popolo. 23Ella andò molto avanti negli anni, protraendo la vecchiaia nella casa del marito fino a centocinque anni. Concesse pure la libertà alla sua ancella preferita. Quando morì a Betùlia, la seppellirono nella grotta sepolcrale del marito Manasse 24e la casa d’Israele la pianse sette giorni. Prima di morire aveva diviso i suoi beni tra i parenti più stretti di Manasse, suo marito, e tra i parenti più stretti della sua famiglia.
25Non vi fu più nessuno che incutesse timore agli Israeliti finché visse Giuditta e per lungo tempo dopo la sua morte.
La figura di Giuditta

La figura di Giuditta è quella di una giovane eroina, madre del popolo per la fede, che rimane vedova per tutta la vita (16,22). Sceglie, infatti, uno stato vedovile che è presentato preferibile a quello della donna maritata. Questo concetto è nuovo e non si accorda con le opinioni correnti dell’Antico Testamento. Certamente Giuditta personifica il popolo di Dio fedele all’unico Sposo anche in una condizione di lutto senza speranza umana. Resta il fatto che nel racconto questa giovane vedova è atipica in quanto contravviene allo stretto dovere di assicurare una discendenza alla propria famiglia, in funzione di una dedizione a una vita di penitenza e di preghiera. È atipica, ma in qualche modo apre una strada: vedere il caso della profetessa Anna in Luca 2,36-37.
Il racconto, che si è mosso a livello profano (l’intervento di Dio non è spettacolare né soprannaturale: mancano angeli, prodigi, calamità naturali; la Provvidenza agisce attraverso il gioco delle cause seconde), è intriso di una forte religiosità e di una spiritualità che mostra degli accenti nuovi.
Problemi etici
L’azione descritta nel libro, il comportamento di Giuditta, ha sollevato problemi morali. In realtà, il libro di Giuditta non è affatto favorevole alla guerra. Anzi: titolo di Dio è “Tu sei il Signore che pone fine alle guerre” (9,7). Quella di Israele è una guerra di difesa implicante la condanna più assoluta del militarismo-imperialismo dell’Assiria – Babilonia. Il centro del romanzo è la lotta contro un titanico potere totalitario che pretende di farsi Dio. Non vi è alcuna esaltazione della violenza in sé nel libro di Giuditta. Dio libera chi confida in lui, anche se debole e inerme, e si serve di vie misteriose.
In questa logica, la figura di Giuditta si presenta come quella di un’eroina, che ottiene la vittoria, però, attraverso l’inganno, la seduzione e l’assassinio. Questi mezzi devono essere giudicati come strategie di guerre nel contesto dei principi morali veterotestamentari. Ma Giuditta è semplicemente uno strumento della giustizia divina. Dio salva il suo popolo mediante le imprese di uomini che agiscono come uomini. Il libro di Giuditta perciò non è un invito alla violenza, ma alla fiducia nel Dio che pone fine alle guerre servendosi della storia dell’uomo: nel Dio che interverrà quando vuole, e se vuole – ma non per questo la fiducia in Lui può essere incrinata.